Bondi Bantù – La vera storia di Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo lo conosciamo tutti, ma nessuno sa ancora quali siano le sue vere origini. Magari era italiano, spagnolo, portoghese, ebreo oppure africano. Non preoccupatevi, la vera storia ve la racconterò io.

 

La vera faccia di Cristoforo Colombo

Tutto ha inizio da un certo ragazzo africano di nome Bondi della grande civiltà Bantù sorta nell’Africa centrale. Ancora giovane venne deportato a Roma, dove una pazza patrizia romana lo sposò dopo esser rimasta vedova. Dal matrimonio nacquero 12 figli. Ciascun figlio ebbe la sua storia e si disperse nel mondo; così fecero poi i figli dei figli. Alcuni arrivarono fino al estremo nord dell’Europa, altri vivevano in Francia, alcuni si spinsero fino al medio oriente ed altri tornarono sulle coste africane del Mediterraneo. Ma riprendiamo la storia di Cristoforo: suo padre Domenico era un noto artigiano e mercante italiano che amava viaggiare.

In uno dei suoi viaggi, alla ricerca di lana ed altri materiali pregiati, arrivò a costeggiare le coste dell’Africa nordorientale. Dopo aver visitato Cartagine e altri porti importanti, ma ancora insoddisfatto dei tessuti che aveva comprato (era un tessitore), approdò nel porto di Alessandria d’Egitto. Stupito dalla raffinatezza dei tessuti in lino che i produttori locali vendevano al mercato, decise di rimanervi per qualche settimana in modo da poter imparare di più su questo magnifico materiale. Uno di quei giorni in Egitto, mentre camminava per le bancherelle del mercato alla ricerca del miglior tessuto egiziano, si imbatté in una curiosa bottega. Con quel poco di arabo che riuscì ad imparare durante il suo viaggio in Africa, Domenico lesse l’insegna che diceva: Bahira Bantù – Il lino che cercavi. Incuriosito vi entrò e subito venne accolto da una bellissima donna dalla carnagione scura e dei capelli neri lunghissimi. Bahira era il suo nome, come diceva l’insegna; Domenico le spiegò immediatamente che stava cercando del lino pregiatissimo da portare a Genova, dove si trovava il suo laboratorio ed il suo negozio. La padrona gli fece segno di seguirlo nel retro bottega, dove teneva tutto ciò che produceva ed alcune stoffe molto elaborate. Il padre di Cristoforo rimase abbagliato dalla bellezza dei motivi e la morbidezza dei tessuti. Confessò immediatamente a Bahira che non aveva mai visto nulla di simile in nessuno dei suoi viaggi fin’ora e lei sorrise dolcemente ringraziando. Nella sua mente pensò che non poteva farsi sfuggire un tale tesoro e che doveva assolutamente trovare un accordo per importare i tessuti in Italia. Tuttavia il buio della notte stava avanzando, aveva girato parecchio quel giorno, e costrinse Domenico a rinviare le trattative per il giorno dopo. Accordato l’appuntamento il cliente e la bella tessitrice si salutarono. Bahira era l’unica donna a possedere un negozio di tessuti ad Alessandria e nonostante l’ottima qualità dei suoi prodotti la concorrenza maschile era spietata, tanto che la sua bottega ha rischiato parecchie volte di dover chiudere le serrande per fallimento. Come se non bastasse veniva anche pregiudicata a causa delle sue origini: come dice il suo cognome lei non era egiziana, le sue origini risalgono a quelle di Bondi Bantù e del popolo che conquistò tutta l’Africa meridionale. I discendenti dei figli di Bondi Bantù rimasero per parecchi anni, anzi direi secoli, nella capitale dell’impero romano, fino al 410 a.C. quando scapparono prima che gli Unni distrussero la città. Molti si diressero al Nord, altri scelsero di tornare verso le terre che diedero vita al loro avo comune. Tra queste storie vi è quella di Bahira, i cui antenati si diressero verso il Medio Oriente. In queste terre appresero da altri artigiani orientali le tecniche tessili, che tramandarono di generazione in generazione, ma questo è un altro capitolo della storia.

Per tutti questi motivi l’affare con Domenico, che sembrava avere ottime intenzioni di comprare i suoi tessuti, era per Bahira una questione di vita o di morte, sarebbe stata disposta a qualsiasi cosa. Non intendetemi male, le cose andarono così: i due si incontrarono nuovamente il giorno successivo per le trattative. Non arrivando ad un accordo dopo varie ore di discussioni, Bahira giocò la carta della disperazione e spiegò a Domenico la sua situazione di precarietà. Pervaso dalla pena per l’abile tessitrice, Domenico le propose, così senza pensarci nemmeno tanto, di venire in Italia con lui a lavorare nella sua bottega. Un immenso sorriso si aprì sul viso di Bahira che corse subito a preparare le sue cose. Il giorno seguente, dopo aver caricato tessuti, valigie e uomini sulla nave, Domenico e Bahira salparono verso le coste ligure. Non ci volle molto tempo perché scoppiasse anche tra loro l’amore, che diede poi vita al famoso navigatore/esploratore di nome Cristoforo Colombo ed ai suoi fratelli. Sin dalla tenera età il piccolo esploratore crebbe in un ambiente tutto da scoprire, tra la bottega del padre, ricca di attrezzi e macchinari interessanti, e il vicino porto con le sue navi provenienti da mezzo mondo; la madre stimolava la sua fantasia narrandogli le storie di Bondi Bantù e le prodezze dei suoi discendenti che girarono ed “invasero” con i propri geni popolazioni lontanissime. Ma nessuno di loro arrivò così lontano come il giovane Cristoforo Colombo (Bantù).

La sua carriera di navigatore era ormai assicurata ed avviata, sostenuta anche dal padre e dalla spirito cosmopolita della madre, così nel 1492, grazie ai finanziamenti della corona spagnola, l’orma adulto navigatore salpò alla ricerca di nuove rotte commerciali per le Indie. Purtroppo fallì. Si imbatté però all’insaputa in un nuovo continente, quello che oggi chiamiamo America. Il 12 ottobre vide le terre dell’isola di Santo Domingo, denominata così in onore di suo padre. Il viaggio fu una vera impresa: 4 mesi a bordo di una caravella con soli uomini, navigando in mare aperto in condizioni igieniche inimmaginabili agli occhi di molti moderni uomini. Così una volta arrivati a mezzo miglio dalla spiaggia dell’isola appena scoperta, gli uomini di Cristoforo e lui stesso si scaraventarono verso la terra ferma. Secondo il protocollo, difeso soltanto dal prete di bordo, il capitano avrebbe dovuto proclamare la nuova terra in nome delle corona di Spagna, ma il nostro protagonista aveva interessi completamente diversi, preso com’era dalle esigenze umane, nonostante avesse ormai sorpassato la soglia dei trent’anni. Spinto da uno strano istinto esploratore si addentrò immediatamente con la sua ciurma nell’entroterra dell’isola alla ricerca di cibo, acqua dolce ed esseri umani. Trovarono solo una sorgente di acqua dolce in cima ad una piccola collina nella foresta e delle curiose sfere pelose che cadevano da alberi alti con large foglie verdi, ma gli istinti primordiali che il lungo viaggio aveva svegliato in questi uomini non era nemmeno lontanamente placato. Finirono per allontanarsi talmente tanto dalla spiaggia da non riuscire più a tornare indietro, ma per loro fortuna tra il buio che ormai era sceso sull’isola Cristoforo Colombo (Bantù) vide una luce fioccare. Era il fuocherello di ciò che sembrava essere un piccolo villaggio. “Persone!” esultò tutta la ciurma con il capitano. Si avvicinarono al villaggio con cautela: anche se il fuoco era ancora acceso non vi sembrava essere anima viva. Senza pensarci due volte cominciarono a trafugare nelle piccole casette di fango alla ricerca di altro cibo, non erano ancora sazi. Trovarono di tutto: frutti coloratissimi dai sapori esotici, carne, verdure e strane salse, che si scoprì poi essere molto piccanti. Tutti gli uomini si abbuffarono fino allo svenimento crollando per terra là dove si trovavano. Cristoforo fu il primo a risvegliarsi. Dopo quanto tempo non lo sappiamo, ma era già giorno inoltrato e faceva veramente caldo. Forse era proprio per questo che si svegliò: sembrava di stare in una sauna finlandese. In effetti la sua situazione e quella degli altri uomini non era molto lontana dalla tradizione di wellness scandinava. Ripresa un po’ di lucidità si accorse di essere nudo con polsi e caviglie legate ad un palo sospeso sopra una pentola d’acqua bollente! Cominciò ad imprecare in genovese e chissà quale altra lingua. Cristoforo ed i suoi uomini erano finiti in un villaggio di cannibali! Erano tutti in preda al delirio, mentre i locali festeggiavano alla grande attorno al fuoco per la benedizione degli dei. Alcuni però stavano attorno alle pentole con un grosse bastone in mano ed una cintura attorno al busto che portava dei sacchetti. Ogni tanto buttavano nell’acqua il contenuto di questi sacchetti pronunciando parole misteriose. Il capitano e la sua ciurma entrarono in uno stato di trance e completo delirio. Paradossalmente fu la loro salvezza! Il nostro protagonista in preda al più estremo stato di follia, oltre che violenti spasmi, cominciò a cantare una storia. Una storia vecchia di centinaia, se non migliaia di anni, che sua mamma usava come ninna nanna quando ancora non si reggeva in piedi da solo. Le parole incuriosirono l’anziano sciamano, che si avvicinò per udire meglio le parole di Cristoforo. Era un antica leggenda Bantù. Dovete sapere che questa civiltà è, come dire…, la culla della nostra specie. Siamo tutti africani insomma. Le frasi professate dal più profondo inconscio di Cristoforo Colombo (Bantù) voglio appunto che i due rami dell’albero Bantù si riuniscano un giorno. Quel giorno arrivò, mettendo a dura prova il cuore dell’ormai novantenne sciamano, che dalla meraviglia rischiò di lasciarci la pelle. Ordinò subito di sospendere la preparazione del pranzo e rilasciare quelli uomini. Ci vollero 2 ore finché furono di nuovo in grado di parlare e riprendere coscienza. Come per magia lo sciamano e Cristoforo riuscirono ad intendersi nell’antica lingua Bantù (quelle spezie hanno fatto miracoli). Iniziò una lunga amicizia, che riportò il nostro protagonista per ben 4 volte su quell’isola e gli regalò una stupenda moglie. Nel loro DNA, anche se ben diluito, si incontrarono le tracce dei geni dei nostri antenati africani, che rimescolandosi diedero il codice a nuove vite umane, più simili che diverse nonostante le apparenze.

3 commenti su “Bondi Bantù – La vera storia di Cristoforo Colombo

  1. Anita G. scrive:

    :’) meraviglioso, prodigo…quasi commuovente. Apprezzo veramente tanto la tua storia, e poi…. l’immagine è fantastica!

    • Ciambello scrive:

      Grazie, alla fine ce l’ho fatta anche se l’ispirazione si è fatta aspettare. La testa di Colombo nell’immagine è quella di Steve Biko, un attivista sudafricano che lottava contro l’apartheid.

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